Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di educazione sentimentale a scuola. Il tema emerge soprattutto nei momenti di crisi, quando fatti di cronaca, disagio giovanile o violenza relazionale ci costringono a chiederci dove abbiamo sbagliato. Eppure, nonostante se ne discuta molto, l’educazione alle emozioni continua a essere percepita come qualcosa di opzionale, quasi accessorio rispetto alle “vere” materie scolastiche. Come se imparare a stare con se stessi e con gli altri fosse secondario rispetto all’imparare a leggere o a fare di conto.
In realtà, la scuola primaria è uno dei luoghi più importanti in cui iniziare questo lavoro. È lì che bambini e bambine costruiscono le prime idee su ciò che è lecito provare e su ciò che invece va nascosto. È lì che imparano se una lacrima è accettabile o ridicola, se la rabbia può essere raccontata o solo punita, se la paura merita ascolto o derisione. Le emozioni non restano fuori dall’aula: entrano ogni giorno, anche quando facciamo finta di non vederle.
Per molto tempo l’educazione è stata pensata come un processo quasi esclusivamente cognitivo. Le emozioni erano considerate un ostacolo, una distrazione, qualcosa da tenere sotto controllo. Oggi sappiamo che non è così: non esiste apprendimento senza coinvolgimento emotivo, e non esiste crescita senza consapevolezza di ciò che si prova. Un bambino che non sa nominare le proprie emozioni difficilmente saprà gestirle o comprenderle negli altri.
Uno dei primi passi di un’educazione sentimentale strutturata dovrebbe essere proprio questo: aiutare i bambini a riconoscere e nominare le emozioni. Dare loro parole per dire “sono arrabbiato”, “ho paura”, “sono triste”, senza giudizio. Le emozioni di base non sono né buone né cattive, sono semplicemente esperienze umane. Prima ancora di imparare a “controllarle”, i bambini devono sapere che esistono e che hanno diritto di cittadinanza.
Subito dopo viene un passaggio fondamentale che spesso saltiamo: la legittimazione emotiva. Dire a un bambino che non dovrebbe provare ciò che prova (“non è niente”, “stai esagerando”, “non c’è motivo di piangere”) significa negare la sua esperienza interna. Educare alle emozioni non vuol dire giustificare ogni comportamento, ma distinguere chiaramente tra ciò che si prova e ciò che si fa. Puoi essere molto arrabbiato, ma non puoi fare male. Puoi avere paura, e questo non ti rende sbagliato.
Solo quando un’emozione è riconosciuta e accolta diventa possibile imparare a gestirla. Gestire non significa reprimere, né fingere che non esista. Significa trovare strumenti per attraversarla: fermarsi un momento, respirare, muoversi, parlare. Significa capire che ognuno ha i propri tempi e i propri modi, e che non esiste una risposta emotiva uguale per tutti.
Un altro aspetto centrale dell’educazione sentimentale riguarda la relazione con gli altri. A scuola si impara molto presto che le emozioni possono diventare un’arma: prendere in giro chi piange, chi si spaventa, chi “sente troppo” è una dinamica diffusissima. Spesso viene liquidata come scherzo, ma insegna una lezione precisa: mostrare vulnerabilità ti rende un bersaglio. Educare al rispetto delle emozioni altrui significa invece sviluppare empatia, attenzione al linguaggio, consapevolezza dell’impatto che le parole hanno sugli altri.
In tutto questo, il tema del genere non può essere ignorato. Il modo in cui educhiamo alle emozioni è profondamente segnato dalla cultura patriarcale in cui viviamo. Ai bambini maschi viene ancora oggi chiesto, spesso in modo implicito, di essere forti, controllati, poco emotivi. Il pianto, in particolare, è uno dei primi comportamenti a essere sanzionato: “non piangere come una femminuccia” resta una frase tristemente comune. Il messaggio è chiaro: la vulnerabilità è femminile e quindi disprezzabile.
Questo modello non danneggia solo le bambine, a cui viene attribuito un eccesso di emotività svalutata. Danneggia profondamente anche i maschi, educati a reprimere il dolore, la paura, la tristezza, fino a non saperle più riconoscere. Una rabbia che esplode, spesso, è il risultato di un’educazione emotiva mancata. Insegnare che piangere non ha genere, che tutte le emozioni sono umane, significa anche prevenire forme future di violenza e isolamento emotivo.
Parlare di educazione sentimentale nella scuola primaria non significa anticipare temi “da grandi”, ma fornire strumenti adeguati all’età per stare meglio con se stessi e con gli altri. Significa integrare questo lavoro nella quotidianità scolastica, non relegarlo a momenti straordinari o emergenziali. Significa formare adulti — insegnanti, genitori, educatori — capaci di stare nelle emozioni senza paura.
Educare alle emozioni è, in fondo, una scelta politica nel senso più alto del termine. Vuol dire decidere che tipo di società vogliamo costruire: una società di persone che sanno nominare il disagio invece di trasformarlo in violenza, di uomini che non temono la vulnerabilità, di relazioni basate sul rispetto e non sul controllo. Forse, più che chiederci se l’educazione sentimentale sia opportuna, dovremmo chiederci perché sia stata considerata così a lungo superflua.

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