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sabato 4 giugno 2011

Sempre in merito alle INVALSI: non c'è obbligo per i docenti!

E' la conclusione a cui si è arrivati in Sardegna dove il direttore regionale decide sul "non luogo a procedere" nei confronti di alcuni insegnanti che si erano rifiutati di somministrare le prove nelle proprie classi.

Il comportamento mantenuto dai docenti che si sono rifiutati di somministrare le prove Invalsi ai propri alunni “non attiene a profili disciplinari in quanto inserito in un particolare contesto caratterizzato da contrapposizioni sindacali e argomentazioni portate avanti anche a livello giurisdizionale”: lo scrive il direttore regionale della Sardegna a conclusione di una lunga e complessa vicenda che si è trascinata per diversi mesi in un circolo didattico di Nuoro.
La questione risale ad alcuni mesi addietro e su di essa si era già espresso anche il Tar al quale si erano rivolti i Cobas che avevano impugnato la mancata convocazione del collegio dei docenti nel circolo didattico “Fureddu” di Nuoro.
A quel punto la dirigente scolastica della scuola aveva convocato il collegio che però aveva deliberato di non aderire alla somministrazione delle prove Invalsi.
Dopo aver chiesto lumi al direttore regionale la dirigente riconvocava il collegio.
Nella successiva seduta il collegio confermava la precedente decisione che veniva subito disattesa dalla dirigente scolastica “in virtù - scriveva la dirigente stessa -
della delega conferita dal Direttore Generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Sardegna”. Contemporaneamente la dirigente mediante un apposito ordine di servizio disponeva la somministrazione delle prove e nei confronti di alcuni docenti che si rifiutavano di obbedire apriva un procedimento disciplinare.
Va anche detto che secondo la dirigente il comportamento dei docenti “disobbedienti” sarebbe stato particolarmente grave tanto che anziché ricorrere ad una sanzione di sua competenza (dall’avvertimento scritto fino alla sospensione dal servizio per non più di 10 giorni, passando anche attraverso la censura) trasmetteva gli atti all’Ufficio scolastico regionale chiedendo una sanzione superiore ai 10 giorni di sospensione.
Ed è a questo punto che la vicenda si conclude in modo del tutto imprevisto e per certi aspetti contraddittorio: nonostante i “suggerimenti” dati alle scuole e ai dirigenti scolastici fino a pochi giorni fa, il direttore regionale scrive alla dirigente scolastica e chiarisce che il comportamento dei docenti disobbedienti non è perseguibile sul piano disciplinare.
I Cobas della Sardegna commentano entusiasticamente:
“la vicenda dimostra ciò che i Cobas hanno sempre sostenuto: i quiz Invalsi non sono obbligatori”.


da: Tecnica della Scuola - 2 giugno 2011

domenica 15 maggio 2011

DECRETO DI AGGIORNAMENTO DELLE GRADUATORIE AD ESAURIMENTO

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
DIPARTIMENTO PER L'ISTRUZIONE
Dipartimento per l'Istruzione
Direzione Generale per il personale scolastico
Roma, 12 Maggio 2011
Oggetto: D.M. n. 44 del 12 maggio 2011 - aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento del personale docente ed educativo
Si trasmette il DM n. 44 del 12 maggio 2011, di aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento ed i relativi allegati.
Il DM in oggetto ripristina la possibilità di trasferimento da una provincia all’altra, con collocazione nella corrispondente fascia di appartenenza e con il punteggio spettante, previa cancellazione dalla graduatoria di provenienza. Il termine di presentazione delle domande è stabilito in 20 giorni dalla pubblicazione sul sito internet di questo Ministero (http://www.istruzione.it/) e cioè il 1° giugno 2011.
per IL DIRETTORE GENERALE
Luciano Chiappetta
f.to Bianca Artigliere

D.M. n.44 del 12 Maggio 2011
http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/28cc14ea-1e0f-4185-a703-833600b23004/dm44_11.pdf

Moduli di domande:
http://www.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/3d9bfeee-93b4-4f94-998d-21c257f8611f/all_dm_44_11.zip

mercoledì 11 maggio 2011

LETTERA APPELLO AI DIRIGENTI SCOLASTICI SUL TEMA PROVE INVALSI

Pubblico questa interessante lettera di alcuni Dirigenti scolastici, in merito alle prove INVALSI

Cara/o Collega,
vorremmo condividere alcune riflessioni  sul rapporto fra le funzioni di noi Dirigenti, l’attività dell’Istituto Nazionale  per la Valutazione del Sistema di Istruzione (INVALSI) e l’investimento, economico e di governo,  messo in atto dal Superiore Ministero  sulla valutazione del sistema medesimo, di cui l’Istituto è - per effetto normativo -  incaricato.
Ci riferiamo: alla rilevazione censuaria sulle abilità e sulle conoscenze nella scuola primaria, secondaria di I e di II grado; all’esame di fine primo ciclo dell’istruzione; alla  ventilata valutazione dei docenti con effetto premiale.
Un quadro così ampio di indagine a cura dell’INVALSI, all’interno del mandato istitutivo, finalizzato alla valutazione del sistema  dell’istruzione, i cui scopi dovrebbero consistere nel miglioramento in termini di efficacia di intervento, di efficienza organizzativa e di razionalizzazione nell’uso delle risorse, pensiamo chiami in causa almeno tre  livelli di riflessione da parte nostra: 1)caratteristiche di complessità del sistema; 2) problematicità degli effetti dell’operazione; 3)  protagonismo del personale scolastico, Docente, ATA, Dirigente, fra obbligatorietà e richiamo alla collaborazione.
Senza indagare ogni livello singolarmente, vorremmo portare la Tua attenzione su qualche aspetto che tutti li incrocia ed approfondirne uno: il 3°, che costituisce argomento di indubbia attualità.
 Il sistema-scuola non è una macchina banale, non è un sistema chiuso a funzione retroattiva. Ogni elemento di esso produce, con le sue oscillazioni, comportamenti adattivi e accoppiamento strutturale con altri elementi, sia  interni al sistema, sia tipici dell’ambiente in cui è immerso. Quel che si genera non è mai la somma delle parti, semmai  un prodotto che si definisce qualità emergente.  I  sistemi complessi, come si sa dalla letteratura di riferimento,  possono essere utilmente valutati mediante studi naturalistici e non attraverso strategie statistico-inferenziali. Forse,  noi diremmo,  in modo misto, dove non si tralascia la prima modalità. Se consideriamo che attraverso il suo operato l’INVALSI si è dato il compito più modesto di valutare solo alcune componenti del sistema,  solo alcune prestazioni di esso, rimane da chiarire qual è la ratio nella scelta, quali siano i parametri utilizzati per questo tipo di descrizione e come i risultati possano poi essere significativi per la valutazione  del  sistema nel suo complesso. Non è dato sapere a quali oscillazioni non controllabili verranno sottoposte queste parti  del sistema, visto che ogni osservazione modifica il fenomeno osservato. Non è dato sapere come se ne valuterà l’impatto complessivo, in fase di restituzione,  quali decisioni di natura politica essa è destinata a produrre.
Fra  i fattori di sistema  in grado di influenzare il suo comportamento complessivo, individuiamo: i contesti socio-culturali che, nel caso italiano, rappresentano una realtà fortemente variegata; gli stili di insegnamento, che sappiamo essere molto diversi  fra ordini di scuola, nell’ambito dello stesso ordine, all’interno dei team-teaching. Non crediamo basti un questionario, a risolvere questo problema. Non crediamo che la richiesta-dati sul contesto socio-famigliare e le informazioni routinarie sulla scuola, soddisfino la necessità di lettura articolata dei fenomeni che inquadrano i processi di insegnamento/apprendimento.
Sicuramente,  i costi di una operazione più ampia  sul piano teorico e pratico diventerebbero eccessivi, a fronte del fatto che già il più modesto compito attualmente intrapreso, rappresenta un investimento elevato, in tempo di ristrettezze economiche di ogni tipo operate nel Paese, nella scuola in particolare.
Nel merito, relativamente ai campi di intervento dell’INVALSI, vorremmo richiamare la Tua attenzione sull’operazione di testing nei diversi ordini e sulla prova finale del primo ciclo dell’istruzione. In entrambi i casi è iniziata una solerte campagna da parte del mercato editoriale per indurre l’acquisto, da parte delle famiglie, di libri che  preparano  all’esecuzione dei test, con un netto depauperamento degli aspetti educativi e didattici di ampio raggio, con un condizionamento delle scelte dei docenti, finora operate nello spirito di quanto previsto dall’art 33 della nostra Carta Costituzionale e, soprattutto, legate ai contesti e alle caratteristiche dei discenti.
Un'altra deviazione di tipo aziendalistico  è prodotta dall’uso di immagine dei risultati delle prove  che  crea un’assurda competizione fra scuole pubbliche, con un indebolimento proprio dell’aspetto di equità nell’offerta formativa, come diritto del cittadino, indipendentemente dalla scuola scelta per i propri figli.
Competizione che , come ventilato, potrebbe dar corso ad una diversa distribuzione di risorse a parte del Ministero. Ancora, come sappiamo, la prova alla fine  del  primo ciclo condiziona fortemente, in una sola mossa valutativa, un processo di apprendimento  lungo otto anni, durante i quali i docenti hanno potuto valutare abilità, competenze, prestazioni  cognitive complesse e li esonera dal compito valutativo sull’intero processo.
Gli interventi mediatici dei rappresentanti del Governo, nello specifico degli Onorevoli Ministri dell’Istruzione e dalla Funzione Pubblica, si sono concentrati sulla necessità di effettuare nella scuola italiana un operazione di razionalizzazione e di implementazione dell’efficacia dell’insegnamento, oggi messo in forse dalla scarsa preparazione degli insegnanti, il cui numero sarebbe eccessivo.
In questi interventi viene operato un collegamento fra i risultati delle rilevazioni degli apprendimenti e la valutazione della qualità dell’insegnamento, con  l’introduzione ipotetica di un effetto premiale sui docenti.
Come evidente si tratta di ulteriori fattori di depressione su una categoria già in sofferenza, lasciata per troppi anni a curare in modo individuale e volontario la propria preparazione, a fronte di livelli stipendiali fra i più bassi d’Europa.
Vorremmo ricordare, inoltre, alcuni  aspetti di carattere normativo che data la nostra funzione dirigenziale, non ti sono certo sfuggiti. Li riprendiamo di seguito, in forma riflessiva per interrogarci sul nostro ruolo e su quelle questioni/contraddizioni irrisolte che  stanno innescando, nella scuola pubblica, dannose conflittualità di cui noi tutti/e, sic standibus rebus,  non sentivamo certo il bisogno.
La questione INVALSI, ha riproposto un tema ormai ricorrente nelle relazioni interne e nella  gestione democratica della scuola pubblica: il ruolo del dirigente e la sua collocazione tra rispetto degli obblighi istituzionali e contrattuali sottoscritti con il Ministero e prerogative/osservanza dei deliberata degli organi collegiali della scuola nell’ambito dell’Autonomia sancita dal DPR 275/1999 . Da questa considerazioni, alcune domande volutamente retoriche.
1. Se l’art. 7 del D.L.vo 297/94, p.2, lett. c, affida al Collegio potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell'istituto, e l’articolo 8, ai consigli di intersezione, di interclasse e di classe,  competenze in materia di programmazione, valutazione e sperimentazione, perché un/una dirigente dovrebbe maggiore ossequio ad una nota che, nel caso specifico, non ha il valore prescrittivo?
2. Se l’art. 3, lett. a. della Legge 28 marzo 2003, n. 53, nel dettare le norme generali sulla valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione e degli apprendimenti degli studenti, ribadisce che la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti del sistema educativo di istruzione e di formazione  e la certificazione delle competenze da essi acquisite, sono prerogativa dei docenti e agli stessi affida la valutazione dei periodi didattici ai fini del passaggio al periodo successivo nonché  il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, perché i/le dirigenti dovrebbero imporre ai docenti di trasformarsi in operatori/collaboratori dell’INVALSI, che autonomamente dovrebbe  effettuare verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell'offerta formativa delle istituzioni scolastiche? (art. 3, lett. b.)
3. Se, sempre l’art. 7 del D.L.vo 297/94, p. 4, sancisce la possibilità per almeno un terzo dei componenti, di richiedere la convocazione del Collegio dei docenti anche su una materia come le prove INVALSI, perché numerosi colleghi/ghe si sono rifiutati di farlo e sono stati necessari i pronunciamenti del TAR, per ripristinare tale diritto?
4. A chi deve indiscussa “fedeltà” istituzionale un dirigente? Alle esortazioni alla collaborazione fattiva nel “far propinare” le prove INVALSI, contenute nelle note ministeriali e dirigenziali a livello locale, o alle decisioni della maggioranza del suo corpo docente?
La risposta potrebbe essere semplice se ci rifacessimo al dettato dell’art. 25, comma 2 del D.L.vo 165/2001, non modificato dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, che espressamente recita: <<… Nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici, spettano al dirigente scolastico autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane…>>.
Evidentemente la questione  è molto più complicata e meno pacifica di come potrebbe sembrare. Come avrai notato molte discrepanze di carattere interpretativo si notano anche nei comunicati delle organizzazioni sindacali.
Cosa temono, dunque, molti colleghi e colleghe al punto da rinunciare alla loro autorevolezza e quali i condizionamenti che li portano a ritenere più opportuno imporre che proporre?
Un paese libero e democratico non teme il confronto, e anche il conflitto delle idee, li mette a frutto, li elabora, verso dimensioni di analisi e di decisione più articolati e virtuosi. Riteniamo sia compito di noi Dirigenti avviare questo dialogo nei collegi, anche perché l’autonomia ci consente di mantenere viva la dimensione di comunità educante della scuola, di svolgere il nostro dovere di iniziativa  per migliorare il rapporto con il personale e con la popolazione scolastica, una priorità che non incrina, anzi valorizza,  i doveri  che derivano dal contratto che abbiamo stipulato con il Superiore Ministero.
Facciamo dunque appello a tutti/e i/le dirigenti, perché in costanza delle attuali normative in materia di valutazione e prerogative degli Organi Collegiali, si astengano da iniziative unilaterali che non tengano in conto della complessità della “macchina scuola”, a scapito di un dibattito serio e condiviso, capace di garantire quei criteri di serenità, trasparenza  e scientificità che dovrebbero presiedere ad ogni vero processo  di valutazione.
Ti ringraziamo per l’attenzione e attendiamo Tuoi riscontri.
Giancarlo DELLA CORTE, dirigente  scolastico dell’Istituto Comprensivo  Francesco  Ciusa” di CAGLIARI
Renata PULEO, dirigente scolastica del Primo Circolo Didattico “Pietro Maffi” di ROMA
Gian Pietro DEMURTAS, dirigente  scolastico dell’ITCG “E. Mattei” di DECIMOMANNU (Cagliari)
Roberto COGONI, dirigente  scolastico dell’Istituto Istr. Superiore di TERRALBA-MOGORO-ALES (Oristano)

martedì 12 aprile 2011

Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare di Paola Mastrocola

"Se non siamo più d'accordo sul fatto che sia bene studiare, allora smettiamo di farlo. Ma smettiamo tutti insieme.
Io non vorrei più forzare nessuno. Lo dico più chiaro: io non vorrei più forzare i miei studenti a studiare.
Non credo che sia giusto, né per i forzati né per i forzanti. [...]
Sia ben chiaro: per parte mia, io vorrei che tutti quanti studiassero."





Nel 2004 Paola Mastrocola ci aveva regalato un libro più piccolo, più veloce, uno sfogo più che un trattato, il cui intento polemico era evidente sin dal titolo: La scuola raccontata al mio cane.
Oggi dalla sua esperienza nasce un saggio completo, un'analisi impietosa e grave della situazione attuale non solo della scuola, ma della cultura, della società, della vita degli italiani, del futuro dei giovani.
L'intento polemico è invariato e anche questa volta lo leggiamo sin nel titolo: Togliamo il disturbo, come dire che, dato che la società ci impone un modello culturale dove preparazione diventa sinonimo di nozionismo - vade retro nozione! - e ogni sforzo intellettuale assume valenza negativa, gli insegnanti possono anche togliere il disturbo.
"Oggi se parli di studio, sei subito vecchio. Pesante, lento, bacucco, fuori moda, antipatico e noioso. Studio è una parola perdente a priori: appena la pronunci, hai già perso.
Non studiare invece è bello, sa di nuovo, di fresco e di gioioso. È come andar per campi a fare una merenda, o i tuffi dagli scogli, o una camicia appena lavata e stesa al sole."

Al centro dell'analisi del 2004 c'era la trasformazione del lessico: il verbo rimandare che si trasforma in recuperare e perde ogni pericolosità; dall’iniziare le lezioni il primo giorno di scuola all’accogliere i ragazzi per una settimana senza fare nulla; dai programmi ai progetti in una scuola incentrata sul marketing... e così via. Una trasformazione formale che portava con sé quella concettuale.


Oggi la professoressa di lettere Paola Mastrocola racconta gli ultimi decenni delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, facendone un'analisi anche "fastidiosa" per certi versi, rileggendo soprattutto le trasformazioni culturali di questi anni, le scelte di indirizzo, i tanti errori - spesso mascherati sotto un apparente abito di innovazione - e i pochi successi.
Se dovessimo trovare anche qui le parole-chiave attorno alle quali si svolge il ragionamento sarebbero: fallimento, disastro, inutilità, illusione, abisso, impotenza...
Le prime due parti del saggio fotografano la scuola italiana e di conseguenza la preparazione dei giovani - certo, vista con gli occhi di Paola Mastrocola, diciamo un'analisi soggettiva ma molto ben argomentata - offrendone un'immagine drammatica, quasi senza via d'uscita.


La terza parte offre la via d'uscita: "mi è parso di aver trovato niente meno che una soluzione per il futuro.. Qualcosa che ha a che fare con la felicità dei giovani, la loro libertà di scelta. Insomma, la terza parte - scrive ancora la Mastrocola - è la mia personale 'modesta proposta': in poche parole, lì vi dico che farei io se governassi l'universo, quale scuola inventerei".
Ecco altre parole importanti: libertà, scelta, individuo, responsabilità.
E tre nomi: Carlo Martello, Dante e Jonathan Franzen. Cosa c'entrano Carlo Martello, Dante e Jonathan Franzen con tutto il discorso di prima? Vedrete che c'entrano eccome.
La 'modesta proposta' della Mastrocola è una scuola divisa in tre direzioni ben distinte. Con una innovazione legata al nostro vivere quotidiano multitasking basata però su una preparazione di base eccellente, "e poi liberi tutti!".


È in questa parte finale, travolgente, l'anima del libro.
"Evitiamo il pericolo strisciante dell'omologazione": è importante! Così come è importante capire per cosa siamo nati, cosa vogliamo fare, indipendentemente dal pensiero dei molti. La scuola ci deve offrire la possibilità di scegliere, e di farlo anche controcorrente. Ci deve fornire le basi, nei primi anni dell'obbligo, per capire se siamo nati per studiare o per fare un lavoro manuale, per coltivare la terra o per fare il tecnico di computer, per leggere Torquato Tasso o per cucinare. Indipendentemente dalla famiglia di origine e dalle velleità dei genitori.
"Ci vuole un certo coraggio, la libertà non è affatto una scelta facile", ma potrebbe portare a una formazione superiore diversificata e piacevole per tutti. Liberando anche la scuola da quel conformismo e quella superficialità che la stanno uccidendo.


Paola Mastrocola - Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare
271 pag., 17,00 € - Edizioni Guanda 2011
ISBN 978-88-6088-164-9

venerdì 8 aprile 2011

PRECARIETA' A VITA???

UNO SPETTRO S’AGGIRA TRA I PRECARI DELLA SCUOLA

E’ lo spettro del pasticcio delle “code” e del “pettine” …

La sentenza della Corte Costituzionale n.41/2011, che ha abrogato le “code” nelle Graduatorie ad Esaurimento, sta facendo scoppiare, tra i precari della scuola, una vera e propria “guerra tra poveri”: - precari che stanno lavorando con contratti a tempo determinato nelle province del Nord, contro precari delle province del Sud rimasti disoccupati per effetto dei tagli della legge 133/’08;

- precari delle province più piccole e con meno disponibilità di posti, contro precari delle grandi province e delle aree metropolitane.

Come i polli di Renzo, i docenti a termine, si stanno beccando tra loro, in attesa, tra l’altro, di essere scannati dalla mannaia della terza trance di tagli previsti dalla Tremonti/Gelmini (altre 19.700 cattedre e 14.167 posti coperti da personale Ata, completando così il taglio di 132 mila posti di lavoro nel triennio, secondo quanto previsto dall’articolo 64 della legge 133).

Tutto nasce dall’ex ministro della P.I. G. Fioroni che, nella legge Finanziaria del 2007, trasformò le Graduatorie Permanente Provinciali in Graduatorie ad Esaurimento.

Le GaE sono state “blindate”, vietato trasferirsi di provincia, a differenza di quanto – e giustamente – si poteva fare fino ad ora.

In poche settimane decine di migliaia di precari dovettero decidere in quale provincia inscriversi.

Fioroni giustificò il tutto con il fatto che, nella stessa legge finanziaria, era previsto un piano di fattibilità – una promessa quindi – per l’assunzione di 150.000 docenti e 20.000 ATA in tre anni.

All’epoca i Cobas denunciarono subito l’inganno.



Il piano non avrebbe risolto il problema del precariato nella scuola, avrebbe semmai garantito solo il ripristino del turn-over; inoltre andare a toccare un’altra volta le graduatorie, chiudendole e prevedendo che chi si fosse trasferito di provincia sarebbe stato messo in coda, avrebbe scatenato appunto la guerra tra poveri.

Come sappiamo poi il piano non è stato attuato, sono state effettuate solo in parte le assunzioni; con il governo Berlusconi sono continuati e sono stati moltiplicati i tagli che anche il governo Prodi aveva effettuato nella scuola e pure la Gelmini ci ha messo del suo nel manomettere le GaE, dando la possibilità di iscriversi in altre tre province, oltre la propria, sempre però in coda.

Come era prevedibile furono migliaia i ricorsi al TAR del Lazio contro la disposizione, palesemente anticostituzionale tra l’altro, che chi si fosse spostato di provincia sarebbe stato messo in coda e non “a pettine” con il proprio punteggio.

Come altrettante migliaia furono i controricorsi di chi, se fossero state abolite le “code”, si sarebbe trovato scavalcato in graduatoria dai ricorrenti.

Del resto questo sport dell’Amministrazione (indipendentemente da chi ci sta al Governo), di toccare e ritoccare le graduatorie dei precari, utilizzate per le immissioni in ruolo e per il conferimento delle supplenze annuali, non è assolutamente una novità.

Ricordiamo tutti le trovate di Berlinguer che trasformò i vecchi Concorsi per Titoli in Graduatorie Permanenti, divise in tre fasce – indipendentemente tra l’altro dal punteggio – proprio per mettere i precari di una fascia contro i precari dell’altra; oppure il suo successore T. De Mauro che regalò ai docenti specializzati con le SSIS un bonus, tanto per metterli contro i precari storici, abilitatisi con i concorsi ordinari o riservati; oppure la Moratti, che si inventò il raddoppio del punteggio per il servizio nelle scuole di montagna.

Di sicuro, a fronte di un nuovo sistema di reclutamento sul quale stanno discutendo (DDL Pittoni ad esempio) che prevederà presumibilmente nuovi concorsi a cattedra, troveranno pure il modo di mettere i nuovi docenti contro i vecchi precari.

Insomma il motto del “divide et impera” è sempre stato usato per mettere gli uni contro gli altri ed impedire invece la ricomposizione di tutti i precari della scuola, all’interno di un forte movimento contro la precarietà e l’uso spregiudicato che lo Stato fa di essa.

Ricordiamo che l’essenza della precarietà nel mondo della scuola (uno su cinque dei docenti è precario, e uno su due del personale Ata ha un contratto a termine) è dovuta al fatto che un precario costa allo Stato 8/9 mila euro in meno di un lavoratore a tempo indeterminato.

Quindi non è assolutamente una questione di sistema di formazione dei docenti o di reclutamento degli stessi inefficiente, oppure di graduatorie che non funzionano, è solo una questione di sfruttamento.



L’emendamento, introdotto nel decreto mille proroghe dallo stesso senatore leghista Pittoni per aggirare la sentenza della Corte, prevede – in attesa di un nuovo sistema di reclutamento - il blocco delle GaE fino al 31 agosto 2012.

Si prevede inoltre l’odioso divieto, essendo nelle GAE di una provincia, di potersi, come è sempre avvenuto, iscrivere nelle Graduatorie d’Istituto di altra provincia per le supplenze dei presidi.

Si tratta di un ulteriore provvedimento che scatenerà ancora una volta precari contro precari.

I 15.000 circa ricorrenti contro le code – e solo loro – saranno inseriti a “pettine” e – pare – pure in tutte e tre le province in cui erano in “coda”, mentre tutti gli altri staranno in un’unica provincia senza la possibilità né di spostarsi, né di aggiornare il proprio punteggio.

Il vero obbiettivo dei provvedimenti di Pittoni e della Lega sembra essere quello di congelare le graduatorie provinciali per questo anno, per poi cancellarle definitivamente il prossimo anno con la loro sostituzione con gli albi regionali. E se le graduatorie provinciali non verranno più riaperte vi saranno nuove forme di reclutamento dove punteggi, formazione e titoli accumulati in anni di servizio conteranno ben poco e tutti i precari saranno costretti a sostenere nuovi concorsi insieme ai neo-laureati o agli abilitati del nuovo Tirocinio Formativo Attivo.

Di fronte ad un’altra e sconsiderata “guerra tra poveri” che si è aperta sulla questione delle “code” e del “pettine” i COBAS – COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA – intendono lanciare un forte appello ai precari e a tutti i lavoratori della scuola:

NO AI CONFLITTI TRA PRECARI

APRIAMO INVECE UNA FORTE CONFLITTUALITA’ CONTRO TREMONTI/GELMINI, CONTRO LA PRECARIETA’ E I TAGLI DEI POSTI DI LAVORO CHE STANNO AFFONDANDO LA SCUOLA PUBBLICA

Il problema evidentemente è imporre con la lotta il superamento della condizione precaria, andare all’origine della questione, abolire con la lotta le cause della precarietà, cioè il costo del lavoro più basso dei precari rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato.

1. Immissione in ruolo su tutti i posti vacanti

- Automatica immissione in ruolo sui posti vacanti ad ogni inizio d’anno scolastico, abrogando quella norma, inserita nella Legge Finanziaria del 1997 (da un governo di centrosinistra), che prevede la preventiva autorizzazione mediante un Decreto Interministeriale, su parere del Ministero dell’Economia.

I posti vacanti devono essere occupati da personale stabile e non con contratti a termine; ogni governo - in questi anni - ha preferito autorizzare le immissioni in ruolo con il contagocce, proprio per l’estrema convenienza a sfruttare i precari.

Anche ora, nonostante i tagli epocali che stanno avvenendo, per il progressivo pensionamento del personale, solo i posti vacanti di organico di diritto del personale docente e ATA sono decine di migliaia (61mila docenti e 38mila e trecento ATA).

Non serve nessun piano straordinario.

All’attuale opposizione, o alle forze sindacali che sproloquiano su piani straordinari di 100.000 assunzioni, rispondiamo che basterebbe ripristinare la normalità – intanto – delle automatiche assunzioni quando i posti si rendono vacanti.

2. A parità di lavoro parità di trattamento: basta con lo sfruttamento dei precari

- parità di trattamento economico e normativo per quanto riguarda ferie, malattia, permessi tra il personale a tempo determinato e indeterminato.

- progressione di carriera (scatti di anzianità) anche per il personale a tempo determinato, almeno dopo quattro anni di servizio, com’era per gli insegnanti di Religione Cattolica prima che una sanatoria li immettesse scandalosamente in ruolo, lasciando gli altri supplenti a vita; è ora di finirla con il fatto che un precario, anche dopo quindici o vent’anni di servizio, abbia sempre lo stipendio a livello zero.

Già sono innumerevoli le sentenze di Giudici del Lavoro di tutti i Tribunali del paese che hanno riconosciuto il diritto agli scatti di anzianità anche per i lavoratori a tempo determinato. Migliaia sono i precari che hanno impugnato i propri contratti entro il 23 gennaio scorso e che stanno ricorrendo per ottenere gli scatti di anzianità – supportati, tra altro, anche dai quei sindacati concertativi che in tutti questi anni hanno accettato di firmare contratti di lavoro che discriminano i precari.

La marea di ricorsi al Giudice del lavoro, finalmente di precari contro l’Amministrazione che li sfrutta e non contro altri precari, devono però essere sostenuti con la lotta, seria ed efficace, e assieme a tutti gli altri lavoratori della scuola.

3. Basta con i tagli agli organici e alle risorse che stanno impoverendo la scuola

Definizione degli organici in base alle esigenze dell’istituzione scolastica e del servizio, degli spazi a disposizione (no alle classi sovraffollate illegalmente), della necessità di sconfiggere la dispersione scolastica di migliaia e migliaia di ragazzi.

Superamento della divisione forzosa tra organico di diritto e organico di fatto, stabilendo un organico funzionale d’istituto, in base alle esigenze del servizio scolastico da erogare e non in base ai numeri dettati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

4. Libertà di movimento, libertà di graduatoria



- Aprire alla sua naturale scadenza (marzo/aprile 2011) le Graduatorie ad Esaurimento per l’aggiornamento con i nuovi titoli, a “pettine” con il proprio punteggio.

5. Nessun nuovo sistema di reclutamento che non tenga conto dei diritti acquisiti dai precari in anni ed anni di sfruttamento e che non sia stato discusso con i precari



Su questi cinque punti irrinunciabili, volti alla fine del precariato nella scuola, per l’oggi e pure per il futuro, non alla stabilizzazione – pur sacrosanta - di qualche migliaio di precari, dobbiamo sviluppare la lotta.

Su questi cinque punti volti non alla riforma del reclutamento dei docenti – sul quale comunque vogliamo discutere – ma alla rimozione delle cause e delle convenienze per uno Stato sfruttatore ad usare la precarietà, dobbiamo trovare alleanze, forme di ricomposizione e di lotta efficaci.

“PRECARI A CASA PROPRIA” … O A CASA CHI CI HA COSTRETTO E CI COSTRINGE ALLA PRECARIETA’ A VITA?

QUESTA E’ LA SCELTA CHE QUI ED ORA OGNI PRECARIO DEVE FARE.

giovedì 7 aprile 2011

GRADUATORIE AD ESAURIMENTO: DECISIONI RIMANDATE A FINE APRILE

Comunicato dell'Ufficio Stampa Pd informa che il ministro Gelmini incontrerà una delegazione bipartisan dei 60 parlamentari che chiedono di investire il Parlamento della complessa questione dell'aggiornamento delle graduatorie. L'incontro avverrà entro la seconda decade di aprile; fino ad allora, commenta l’on. Fallica (Fds) " non saranno assunte iniziative unilaterali che non tengano conto anche del dibattito parlamentare in materia".
" - Siamo fiduciosi -. Lo dicono i deputati Tonino Russo (Pd) e Pippo Fallica (Fds) che oggi hanno incontrato il ministro dell’Istruzione, in riferimento alla vicenda dell’aggiornamento delle graduatorie.
La scorsa settimana i due avevano consegnato al ministro Gelmini una lettera, sottoscritta da 60 deputati di varie forze parlamentari, riguardo alla vicenda dei trasferimenti dei docenti in una provincia diversa da quella di provenienza.
“È stato un incontro breve e cordiale – spiega Tonino Russo - si è convenuto, considerati i febbrili lavori di queste settimane, di tenere l’incontro, con una delegazione dei 60 sottoscrittori, entro la seconda
decade di aprile.
“Fino ad allora - sottolinea l’on. Fallica (Fds) - non saranno assunte iniziative unilaterali che non tengano conto anche del dibattito parlamentare in materia”.
“Il ministro Gelmini, inoltre, si è mostrato disponibile rispetto alle tematiche da noi sollevate nella missiva. Crediamo – concludono - che i contenuti e lo spirito della sentenza della Corte Costituzionale n. 41 del 9 febbraio 2011 avranno modo di essere pienamente rispettati”."