giovedì 3 settembre 2026

Bruno Munari e l’alfabeto che non sembra una lezione

 


Ci sono libri che, quando li guardi da insegnante, cambiano prospettiva. Alfabetiere di Bruno Munari è uno di questi.

Perché l’alfabeto, soprattutto quando si lavora con i bambini, rischia facilmente di trasformarsi in una sequenza di lettere da riconoscere, ripetere e memorizzare. A, B, C… un esercizio dopo l’altro. Munari, invece, ci ricorda che una lettera può essere molto di più: può essere una scoperta, un’immagine, un’associazione, un gioco.

Ed è forse questa la cosa che più mi colpisce del suo lavoro: Munari non insegna ai bambini come devono guardare. Li mette nelle condizioni di guardare.

Da insegnante, trovo questo approccio particolarmente importante. Un bambino non impara soltanto quando gli spieghiamo qualcosa. Impara quando è incuriosito, quando prova a capire, quando collega una cosa a un’altra, quando sbaglia e riprova, quando una pagina gli fa venire voglia di andare oltre.

In Alfabetiere le lettere diventano così piccoli oggetti di esplorazione. Il rapporto tra parola e immagine non serve semplicemente a facilitare la memorizzazione: diventa un’occasione per creare collegamenti e lasciare spazio all’immaginazione.

E questa è una lezione che vale anche fuori dall’alfabeto.

Munari sembra dirci che educare non significa riempire una testa di informazioni, ma accendere qualcosa. La curiosità, prima di tutto. La voglia di osservare. La capacità di trovare connessioni che magari l’adulto non aveva previsto.


È anche per questo che i suoi libri continuano a parlare ai bambini di oggi. Non hanno bisogno di rincorrere mode, personaggi televisivi o effetti speciali. Funzionano attraverso qualcosa di molto più semplice e, forse proprio per questo, molto più difficile da costruire: l’intelligenza del gioco.

Leggendo Alfabetiere penso inevitabilmente alla scuola e a quanto sia importante lasciare ai bambini uno spazio per fare esperienza delle cose. Anche di una cosa apparentemente semplice come una lettera.

Perché dietro una A, una B o una C non c’è soltanto un suono da imparare. C’è un mondo di parole che aspetta di essere scoperto.

E forse è proprio questo il regalo più bello che Munari continua a fare ai bambini: trasformare l’apprendimento in una forma di meraviglia, senza mai trattare il bambino come un adulto in miniatura.

Alfabetiere non è soltanto un libro da leggere. È un libro da guardare, usare, raccontare e reinventare.

E, da insegnante, credo che sia una differenza tutt’altro che piccola.


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