lunedì 17 agosto 2026

Esce Randagi, il nuovo romanzo di Pasquale Borrelli: una storia di ideali, amicizia e memoria.


C’è una generazione che ha creduto davvero di poter cambiare il mondo. E ce n’è un’altra che ha dovuto imparare a sopravvivere tra precarietà, social network e disillusione. Randagi mette queste due generazioni una di fronte all’altra.

Il nuovo romanzo di Pasquale Borrelli, ambientato tra la provincia di Caserta, Napoli e Parigi, racconta la storia del Pirata, ex militante di un centro sociale costretto a vivere nell’ombra dopo un’esistenza segnata dalla lotta politica, dalle amicizie perdute e da una rapina destinata a cambiare per sempre il destino di un gruppo di compagni.

Attraverso una narrazione intensa e profondamente umana, Randagi affronta temi come il fallimento delle grandi utopie, la memoria delle lotte sociali, il rapporto tra padri e figli, l’amicizia, la fuga, l’amore e la difficoltà di trovare ancora un posto nel mondo.

Nel romanzo convivono il racconto della militanza politica degli anni Novanta e Duemila e quello di una nuova generazione che prova a ribellarsi con strumenti diversi, in un tempo dominato dall’individualismo e dall’apparenza.

Più che un romanzo politico, Randagi è una storia di persone. Di chi è rimasto. Di chi è scappato. Di chi continua a cercare un senso anche quando tutto sembra perduto.

Il libro è disponibile nelle librerie sul sito della casa editrice grausedizioni.it e sulle principali piattaforme online.

"Non so se questo sia un romanzo politico.

So che è un romanzo attraversato dalla politica, così come lo sono state tante vite della mia generazione. Una politica fatta più di corpi che di parole, di assemblee improvvisate, di notti passate a discutere, di amicizie nate durante un corteo e sopravvissute molto più a lungo degli slogan che le avevano fatte incontrare.

Ma Randagi non è nato per raccontare quella stagione. È nato perché, col tempo, mi sono accorto che quasi nessuno raccontava più cosa ne fosse stato di quelle persone.

Ci siamo abituati a ricordare gli anni delle lotte attraverso gli slogan, le fotografie, le cronache giudiziarie o una nostalgia che spesso finisce per semplificare tutto. Molto più raramente ci siamo chiesti che fine avessero fatto quelli che erano rimasti. Quelli che avevano trovato un lavoro qualsiasi. Quelli che avevano messo su famiglia. Quelli che erano scappati. Quelli che avevano smesso di crederci. E anche quelli che, ostinatamente, avevano continuato.

Mi interessavano loro.

Gli esseri umani quando smettono di essere simboli.

Perché nessuno resta per sempre il ragazzo che è stato a vent’anni. Il tempo cambia i corpi, le città, il linguaggio. Cambiano perfino i nemici. Eppure ci sono domande che continuano a camminare insieme a noi, anche quando fingiamo di averle dimenticate.

Randagi parla di questo.

Parla di uomini e donne che hanno provato a cambiare il mondo e si sono ritrovati, un giorno, a dover imparare semplicemente a sopravvivere. Parla di amicizie che hanno resistito più delle idee che le avevano fatte nascere. Parla di padri che avevano già perso la loro battaglia prima che i figli combattessero la propria. Parla di una generazione cresciuta nell’analogico e di un’altra che ha imparato a vivere dentro uno schermo. Due mondi separati da pochi anni, ma lontanissimi nel modo di guardare la realtà.

C’è però un’altra presenza che attraversa queste pagine. È meno evidente, ma forse ancora più importante.

Per molto tempo abbiamo immaginato l’apocalisse come un’esplosione improvvisa. Una guerra nucleare, una bomba, un giorno preciso in cui tutto sarebbe finito. Oggi mi sembra che la fine del mondo abbia assunto un’altra forma. Non arriva all’improvviso. Si insinua lentamente nelle nostre vite, quasi senza fare rumore. È il lavoro che diventa sempre più precario. È la casa che diventa un privilegio. È il cambiamento climatico che smette di essere una previsione e diventa il paesaggio quotidiano delle nostre estati, delle nostre alluvioni, dei nostri raccolti. È l’individualismo che sostituisce le comunità, il consumo che prende il posto del desiderio, la convinzione che non esista più un futuro da immaginare ma soltanto un presente da attraversare.

Randagi è anche un romanzo su questa apocalisse lenta.

I suoi personaggi non vivono dopo la fine del mondo. Vivono dentro una trasformazione che sembra consumarsi un giorno alla volta, senza sirene, senza macerie spettacolari. Cercano di orientarsi in un tempo che ha cancellato molte delle certezze del passato senza riuscire a costruirne di nuove. Continuano a cercare legami, giustizia, dignità, mentre tutto intorno sembra suggerire che la cosa più semplice sia smettere di provarci.

Non c’è nostalgia in queste pagine. O almeno, ho cercato di evitarla.

La nostalgia è una cattiva consigliera: addolcisce il passato e ci impedisce di comprenderlo davvero. Ho preferito la memoria, che è più scomoda. La memoria conserva anche gli errori, le sconfitte e le contraddizioni. Non assolve nessuno, ma non cancella nessuno.

I personaggi di questo libro sono inventati. Le emozioni, invece, no.

Lo sono i luoghi, gli odori, le stazioni, i muri coperti di scritte, le case popolari, i bar aperti all’alba, le sigarette fumate per prendere tempo, le telefonate che arrivano quando meno te le aspetti. Lo è quel senso di appartenenza che a volte nasce tra persone senza alcun legame di sangue e finisce per diventare più forte di una famiglia.

Forse è proprio questo il significato del titolo.

I randagi non sono soltanto quelli che vivono ai margini. Sono anche quelli che continuano a cercare una casa pur sapendo che probabilmente non la troveranno mai. Persone che si riconoscono lungo la strada, che ogni tanto si perdono, ogni tanto si ritrovano, ma che continuano a portarsi addosso qualcosa di ciò che sono stati.

Non credo che la letteratura debba offrire risposte. Credo, piuttosto, che possa fare compagnia alle domande e dare un nome a ciò che spesso fatichiamo a riconoscere.

Se, chiudendo questo libro, qualcuno sentirà il bisogno di telefonare a un vecchio amico, di ripensare ai propri vent’anni o semplicemente di domandarsi quando abbia smesso di credere che un’altra vita fosse possibile, allora Randagi avrà trovato il suo posto.

Perché, in fondo, questo non è un romanzo sulla politica.

È un romanzo sul tempo. Su ciò che il tempo costruisce, su ciò che porta via e su ciò che, ostinatamente, continua a resistere."

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